l’importanza dell’incoerenza

Aprile 29, 2008 by piccochiu

il pendolo della ragioneQualche anno fa durante una lezione universitaria, si stava leggendo una sbobinatuta di un focus group (una discussione di gruppo utilizzata nelle ricerche di psicologia), mi interrogavo sulla coerenza di un partecipante durante questa discussione (si parlava di biotecnologie, ma l’argomento non credo sia poi estremamente importante al fine del ragionamento).

Il soggetto  in questione, un professore di scuola superiore, quindi non un mega ignorante, esprimeva con forza e vigore ogni opinione proposta, trasmetteva una grande sicurezza in merito a ciò che esponeva e faceva percepire un suo ragionamento precedente, riguardo al tema del giorno. Tutto chiariva una sua presa di posizione, il suo essere di parte.

Ciò che mi colpì, riflettendo sulle narrazioni di questo soggetto, fu la sua grande incoerenza durante le 2 ore di discussione; dall’inizio, alla fine utilizzava ragionamento discordanti e contraddicentesi e non mi capacitavo di come una persona così convinta in quello che dice possa contraddirsi nel giro di una mezzora.

Esposi il mio dubbio al professore, che teneva il corso. Questo fu quanto mi disse, ridacchiando: “se non ci fosse incoerenza non potrebbe esistere il cambiamento!”.

Questa affermazione mi fece molto riflettere, anche perchè arrivava in un momento della mia vita in cui rivestivo di qualità salvifiche la coerenza, una meta a cui tendere a ogni costo. Fatto sta che iniziai a condividere la posizione del mio docente, ovviamente con la flessibilità del buon senso, ma capii che la coerenza a tutti i costi non è il frutto dell’intelletto, in misura maggiore dell’incoerenza.

Poi un giorno una situazione mi fece tornare alla mente questo ragionamento e lo mise un pò in crisi. Notai che una persona a me vicina, che non è la mia ragazza, refrattaria al cambiamento era forse una delle persone più incoerenti che conoscessi. Mi domandai: ma se l’incoerenza è la base del cambiamento, perchè le persone più incoerenti non cambiano mai?

Ci volle un pò di tempo, ma poi arrivai a una conclusione….

Esistono due tipologie d’incoerenza:

  • “dell’equilibrio del disordine” 
  • “della ragione”.

La prima modalità compete le persone che al proprio interno hanno molti scompartimenti, ognuno al suo interno molto disordinato, ma nel sistema complessivo in equilibrio tra loro. Tanti vasi di Pandora, che, come i castelli di carte da gioco, si sostengono a vicenda e se mossi scatenerebbero una catastrofe personale. In questo caso l’incoerenza è la forza che allontana il cambiamento, perchè tendente all’equilibrio del disordine; quindi negativa e sconsigliabile, se non accompagnata da un percorso di sostegno.

La seconda modalità, invece, tende all’ordine, a una sorta di ordine superiore a quello precedentemente presente. L’incoerenza in questo caso è la base del cambiamento, funzione della luce della ragione. In questo caso è positiva e va accolta con gli onori di casa, anche se richiedente sempre una riflessione su se stessa, per poter produrre un reale circolo di virtù.

PS:riflessione giorno post-scrittura-post, che sintetizza il mio pensiero: apprezzo e ricerco la coerenza tra azione e pensiero, ma credo che a volte il pensiero debba trovare contraddizione dal pensiero stesso

la mania del momento..

Aprile 1, 2008 by piccochiu

So che non ha gran valore, che il voto è segreto e… bla, bla, bla, ma è sempre divertente auto valutare quanto sia attendibile lo strumento proposto e sponsorizzare un giochino spassoso.

Elezioni 2008. Io sono qui. E tu dove sei?

Come per le scorse elezioni rispecchia il mio sentimento per le urne e quindi il mio giudizio è positivo. 

Sarei infatti molto tentato dal partito socialista, ma ho deciso, per ragioni su cui ora non mi dilungo, di affidare la mia fiducia a Veltroni e Di Pietro.

Con un pò d’egocentrismo, secondo me ci prende abbastanza.

La strada della perdita

Marzo 28, 2008 by piccochiu

la strada della perditaUna caratteristica della natura umana consiste nella paura di accettare le proprie fortune, di ammettere alla propria coscienza di essere bravi in qualcosa. Constatazione ovvia.

Questo è ironico considerando la smaniosa competizione che viviamo ogni giorno per acquisire tali insegne di merito e il benessere che proviamo nel pensiero suberbo ed egocentrico della nostra bravura.

Riflettendo, credo, a conferma della contraddizione sopra proposta, che l’ammissione di possesso sia il primo passo verso l’universo della possibilità di perdita.

Ammettendo di essere bravi, ci apriamo alla possibilità di essere sconfermati e quindi di soffrire.

Forse ciò significa che la forza delle emozioni negative, connesse alla perdita, sia maggiore rispetto alle elle emozioni positive che potremmo provare gioendo di una fortuna, connessa al soggetto della possibile perdita?

Non lo so, ma se il mio ragionamento è corretto, la riflessione su noi stessi, intesi in senso identitario è la via della perdita identitaria.

Ora mi chiedo: è meglio un luogo sicuro o una strada irta, ma soprattutto qual è la meta migliore, ma necessariamente realistica, a cui si può tendere compiendo questo percorso di perdita?

Il paradosso dell’identità

Marzo 27, 2008 by piccochiu

il paradosso dell'identitàQuesto post nasce da una riflessione critica riguardo al taglio che sto cercando di dare al mio blog.

In post passati mi sono scagliato contro i meccanismi della società consumistica in cui viviamo, ma riflettendo introspettivamente mi sono reso conto che, nonostante le mie invettive, sto utilizzando le  conoscenze di marketing, linfa di una società fondata sui consumi, per fare in modo che questo blog abbia dei visitatori.

Sono una persona divertente, multisfacciettata, con più interessi e non solo impeganti, ma a un lettore qualsiasi di questo blog potrà sembrare che sia un acculturato giovane, o almeno una persona che prova ad esserlo. Un ragazzo lineare, dal quale si sa cosa potersi aspettarsi ad una cena o durante una discussione.

Senza entrare nel merito delle ragioni che mi hanno spinto ad aprire questo spazio virtuale (post-icipo l’autoanalisi di quale settimana, ma credo che prima o poi verrà resa pubblica), il mio tentativo, o la mia strategia di marketing, consiste nel dare una sorta di brand identity al mio blog.

Perchè? Desidero che i consumatore (lettore) si fidelizzi, che consideri il prodotto gradevole e una volta aperto il pacchetto che la sostanza sia quella per cui ha pagato. Cerco in poche parole di creare una simmetria tra brandi identy(il sito) e brand personality (il fruitore), evitando di contro di poter creare dei processi di dissonanza tra chi desidera leggere e quello che nei contenuti è scritto.

Con questo discorso iniziale, volevo introdurre che, a mio parere, in questa societa, come credo anche in quelle passate, ci sia la necessità di possedere un’identità ben delineata, precisa, chiara, definita oppure non vaga, non fluida, non vaporosa.

Se rifletto su quale carattersitica sia importante avere per conquistare una ragazza, la risposta che mi do è questa: non importa avere qualche cosa in particolare, basta avere qualcosa chiara e lampante.

Mi spiego: non imporata essere un fighetto vestito tutto firmato, oppure un ragazzo trasandato, l’importante è essere una persona con un’identità immediatamente percepibile dall’interlocutore. Pena: il fallimento.

Nel caso in cui tu sia un libero essere, non identificabile in nessuno schieramento, il richio consiste nel perdere appeal verso gli altri.

Cosa comporta questo? La conclusione che traspare è che l’identità è trattata al pari degli oggetti. Ci vestiamo di significati. Non è detto che le scarpe nike siano necessariamente meglio di quelle che si comprano al mercato, ma le indosso comunque per comunicare, perchè so cosa comunico agli altri se le indosso. Quindi, esprimo vestendomi un mio bisogno di riflettere significati.

I rapporti umani, se vissuti su una logica identitaria simile a quella sopra presentata, assolvono al medesimo bisogno: comunicare significati.

L’esempio sopra illustrato è una semplificazione, ma credo sia emblematico e comunichi quanto questa ricerca di identità sia svilente.

Inoltre… chi cerca è sempre una persona che non possiede o che comunque crede di non possedere. Nel caso identitario abbiamo una massa di individui anomici in ricerca di significato, senza sicurezza e senza desideri, se non il desiderio di comunicare.

P.S. a quanto pare, data la mia incorenza di pensiero (critico una logica e poi me ne servo), non posso sostenere di elevarmi dai meccanismi che non ammiro.

Io sto con Ichino

Marzo 21, 2008 by piccochiu

tigre dai denti a sciabolaNel libro “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” viene abbozzata in maniera spassosa e divertente la teoria dell’evoluzione darwiniana. Nel merito, a me interessa la ragione dell’estinzione delle tigri dai denti a sciabola.

Sinteticamente, queste tigri erano uno dei predatori più temuti e pericolosi e la ragione si vede dalla foto: (avrebbero fatto la fortuna di tutte le case produttrici di dentifrici e avrebbero provocato un complesso d’inferiorità a Ronaldo) erano forti e cattive, con due dentoni mortiferi.

Però queste un giorno si estinsero, perchè cambiando la morfologia del territorio e diventando le prede più piccole, i loro dentoni diventavano un impiccio nella caccia, essendo troppo ingombranti e disfunzionali. Il suo essere specializzata in un certo tipo di caccia, al cambiare delle condizioni produsse la sua estinzione.

L’uomo a differenza della suddetta specia non si estinse mai e questo lo deve alla sua capacità di sapersi adattare, differnziare, apprendere competenze varie… insomma la più grande peculiarità umana è la non specializzazione.

Dove voglio arrivare?! Leggi il seguito di questo post »

Quando la teoria diventa azione: Antanas Mockus

Marzo 19, 2008 by piccochiu

mockusAvete mai sentito parlare di Antanas Mockus? 

No?!Beh neanche io fino a qualche giorno fa, fino a quando mi sono imbattuto in una lettura che ha scoinvolto la mia giornata.

Antanas Mockus è un signore boliviano di origini Lituane, laureatosi prima in matematica e poi in scienze sociali nella Francia del fermento intelletuale dei primi anni ‘70.

Questo signore tornato in Bolivia è stato prima rettore dell’università di Bogotà, poi sindaco della medesima città ed ora è in corsa per le presidenziali.

Fino a qua nulla di strano e non è nemmeno strano che dai suoi studi umanistici gli sia rimasta l’idea di poter cambiare il mondo, l’idea che una società se vuole cambiare può decidere di farlo.

Il come però è quanto di più eccezionale abbia mai sentito.

Questo signore in ogni rapporto, relazione umana, contrattazione politica cerca d’agire secondo i pricipi studiati in università, in particolare, essendo stato molto influenzato da Bourdieu, crede che si possano cambiare le cose mostrando la violenza simbolica che rimane nascosta nell’ovvio, nel non detto, in quella struttura relazionale che diamo per scontata.

Provo a fare alcuni esempi di ciò che questo visionario ha messo in atto:

Quando era rettore dell’università a Bogotà un gruppo di contestatori incappucciati voleva incontrarlo.

Lui rifiutava, però, d’incontare persone senza identità, perchè lo riteneva una sorta di violenza dialogare con persone a volto coperto.

Infine decise d’incontrarli. Si fece trovare in una stanza con il volto attaccato al muro e costrinse i contestatori, se volevano continuare a parlare, a comportarsi come lui. Il dialogo continuò per ben tre ore.

Il secondo esempio, ancora più felicemente folle.

Gli uomini colombiani portano avanti un ideale di machismo che produce una guida aggressive e indisciplinata. Mockus ben sapendo che le proibizioni e i deterrenti, in questo caso multe, non servono a molto per cambiare veramente le cose, allora organizzò un gruppo di mimi nel centro di Bogotà, che, alla prima contravvenzione del guidatore indisciplinato, correvano di fianco alla sua autovettura ed iniziavano ad imitarlo, attirando sul guidatore tutte le attenzioni. Quello a cui si mirava era mettere in discussione l’orgoglio maschilista del guidatore.

Successe che le televisioni iniziarono a riprendere i mimi e il fenomeno attuato dal sindaco aumentò di potenzialità e diffusione.

Risultato? venne risolto il problema del traffico.

Io vorrei conoscere questo uomo. Un genio.

quello che abbiamo perso

Marzo 16, 2008 by piccochiu

Mi è capitato di leggere, in questo quarantennale del ‘68, alcuni racconti di persone che il ‘68 l’hanno vissuto.

A parte tutte le considerazioni personali che ne potrebbero conseguire, mi voglio sofferemare su una frase che ha colto la mia attenzione, ovvero l’inno: ”l’immaginazione al potere”/”l’utopia al potere”.

A livello immaginativo è un pugno nello stomaco, una dissociazione dal fortissimo potere evocativo in grado di associare, ma senza contraddirsi, due universi di senso inconciliabili: il potere e l’immaginazione, l’ideologia ugualitaristica e la gerarchia.

Credo che questa frase sia straordinaria, perchè rimanda a un’area che credo stiamo perdendo: la capacità di sognare.

Abbiamo abbandonato la capacità di sognare a scapito della capacità di desiderare. Riflettendo, i sogni di noi ragazzi d’oggi (me compreso) riguardano: la crescita professionale, una bella casa, magari una vita relazionale appagante; tutte cose raggiungibili, obiettivi, scopi, ma non sogni. Questi sono tutti desideri e poco altro.

Il sogno appartiene alla fantasia, a quell’attimo pensante in fronte a una finestra, alla fase infantile nel senso buono del termine, a quella capacità rara di immaginare il non esistente, capacità che implica la profusione di sforzi per cambiare la vita che stiamo vivendo.

Non voglio ripere frasi ormai già troppe volte dette nei post addietro, ma credo che la nostra parte desiderante abbia colonizzato la nostra area immaginativa, rendendoci un pò più attaccati a questo mondo di cose..

Vogli imparare a sognare. Ridatemi i sogni e sarò pronto a pagare con il desiderio, quella forza che mi spinge facendomi stringere forte il terreno.

la pillola dell’immortalità

Marzo 10, 2008 by piccochiu

l'infinito

Negli ultimi giorni il papa si è espresso riguardo alla possibilità della creazione della pillola dell’immortalità. 

Premetto di essermi trovato in accordo con alcune parti  del discorso da lui fatto, essendo io contrario a tale ipotesi.

Cito qui dei passi del discorso di Benedetto XVI:

“L’uomo pur essendo parte di questo grande biocosmo, lo trascende” 

“Se l’uomo vive solo biologicamente non sviluppa tutte le potenzialità del suo essere”

Seppure credo non sia realistica l’ipotesi di una pillola dell’immortalità, credo che la riflessione riguardante questa utopia possa aprire degli scenari densi di significato.

Per sviluppare il pensiero cito un passo di un racconto di Jorge Luis Borges, “L’immortale”, che bene rende il mio pensiero:

“Avevo percorso un labirinto, ma la nitida Città degl’Immortali m’impaurì e mi ripugnò. Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine. Nel palazzo che imperfettamente esplorai, l’architettura manca d’ogni fine”

Bene. Credo che la grandezza umana riesieda nella sua piccolezza, nelle sue debolezze, nelle sue imperfezioni. Solo la presa di consapevolezza della condizione di imperfezione e parzialità in cui risiediamo può condurci al filo per ascendere all’infinito, il filo che porta al cambiamento, alla correzione e all’autocritica.

Solo la presa di coscienza della nostra condizione, con una fine ben preciso, può catalizzare un processo di miglioramento. Solo la fine, inoltre, come di ce Borges, da senso al vivere e quindi senza fine la vita non varrebbe la pena di essere vissuta; sarebbe come partire in un viaggio in nave, ma senza una meta. Le aspettative, i desideri, ma soprattutto le paure le insicurezze (per esempio di non riuscire a portare a compimento il percorso) verrebbero a cadere, si dissolverebbero e il contenuto del viaggio verrebbe a svanire.

Cosa porterebbe, però, la non morte? sicuramente, a mio parere, la diluizione della logica dell’accumulazione presente, annullando quella a lunga scadenza.

Si dice che l’uomo post-moderno, di cui facciamo parte, viva solo nel presente, senza avere progetti futuri, sviluppando una logica dell’edonismo, del piacere dell’attimo.

L’uomo moderno, i nostri genitori per intenderci, invece, vivevano il presente per accumulare, mettere da parte, per i loro figli. Questa dimamica in uno schema d’immortalità verrebbe a cadere. 

Ricadute positive potrebbero essere la preoccupazione amibientale, che diverrebbe necessaria, perchè ovviamente tua, e il consumo edonistico forse risulterebbe diluito su un più amipio raggio di tempo, ma forse verrebbe posticipata la sua fine nell’arco della vita.

Concludendo, credo però che il senso del vivere venga a morire e i lati positivi non compensino la perdita, quindi mi trovo a essere contrario a una pillola dell’immortalità.

N.B. Questa è la seconda volta che mi trovo in accordo con il papa, ma la prima volta lui fu in palese contraddizione.

Nel discorso di Ratisbona asserì che “il dialogo non annulla le identità”. Mi piacque questa affermazione, ma il “buon” papa dovrebbe spiegarmi come può far entrare nel dibattito tutte le identità del caso quando si afferma una fede sancita in maniera acritica?Le altre identità, ovviamente, verrebbero a scomparire.

siamoincazzati

Marzo 6, 2008 by piccochiu

Pubblico un’iniziativa dei socialisti che considero carina. Tutti possono scrivere un motivo per cui si possono definire incazzati e leggerne qualcuno.

Metto anche il link per chi volesse contribuire:

www.siamoincazzati.com

Ecco il mio messaggio… L’ho messo nella categoria giovani.

Sono incazzato perchè ci avete ingannato con un presente fatto di lustri e delizie.

Un presente di desideri e disillusioni.

Sono incazzato perchè ci avete dato la possibilità di respirare a pieni polmoni, ma senza dirci che il vero motivo è che avremo bisogno di tutta l’aria possibile.

una mente lucida per una riflessione opaca

Marzo 4, 2008 by piccochiu

rischi fataliMi è capitato di leggere una parte del primo capito del libro di Giulio Tremonti “Rischi fatali“ apparsa oggi sul Corriere della Sera.

L’economista, da anni impegnato in politica a fianco di Berlusconi, docente di diritto all’università di Pavia, propone un’analisi lucida e interessante dei meccanismi contorti e suicidi della globalizzazione.

In un crescendo di ragionamento Tremonti spiega il paradosso dell’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, mentre il costo dei beni superflui rimane costante. Critica il meccanismo, indica un fine spiacevole e lo rappresenta in un periodo di ferro.

tremontiVelocemente ecco il ragionamento di Tremonti: un miliardo di persone entrano nell’economia di mercato; questi non hanno i soldi per un’auto, ma li hanno per una moto. Accrescono il loro benessere alimentare e possono e vogliono permettersi i beni di prima necessita in ottica occidentale (quindi abbondando), richiedono materie prime come petrolio, acciaio etc per poter produrre proprio come in occidente.

Tutto sembra posto per una critica al modello occidentale di consumo.

Viene introdotto anche il tema dell’illusione del paradiso in terra immaginato dall’Europa e dall’America attraverso la costituzione di un mercato globale al nostro servizio.

Devo dire che il grado di convincimento prodotto era ottimo, perchè l’analisi fatta era logica, coerente e intellettualmente suadente.

Ecco, però, sorgere un problema. Ecco come una mente lucida e intelligente possa arrivare a delle conclusioni fuorvianti:

Le basi erano ottime per intreprendere una critica alla globalizzazione consumistica, ma il processo della “colpa” intrapreso da Tremonti non si dirige verso le aspettative e i desideri indotti dalla nostra società, ma l’unico problema (senza che venga identificato come tale) è una sorta di furto intrapreso dai paesi orientali nei nostri confronti. Un’entrata indesiderata nel meccanismo dell’economia di mercato, che ha accelerato in maniera incontrollata la crescita globale, incrinando l’equilibrio economico.

Perchè? Perchè arrivare ad una conclusione simile con delle premesse come quelle iniziali?

A mio parere è la logica dell’accumulazione, dell’egoismo, della bramosia a cui una mente brillante non ha saputo sottrarsi. La caduta della ragione sotto le spinte della società omologante e l’apertura ad un humus fertile per ragionamenti xenofobi.