Il paradosso dell’identità

il paradosso dell'identitàQuesto post nasce da una riflessione critica riguardo al taglio che sto cercando di dare al mio blog.

In post passati mi sono scagliato contro i meccanismi della società consumistica in cui viviamo, ma riflettendo introspettivamente mi sono reso conto che, nonostante le mie invettive, sto utilizzando le  conoscenze di marketing, linfa di una società fondata sui consumi, per fare in modo che questo blog abbia dei visitatori.

Sono una persona divertente, multisfacciettata, con più interessi e non solo impeganti, ma a un lettore qualsiasi di questo blog potrà sembrare che sia un acculturato giovane, o almeno una persona che prova ad esserlo. Un ragazzo lineare, dal quale si sa cosa potersi aspettarsi ad una cena o durante una discussione.

Senza entrare nel merito delle ragioni che mi hanno spinto ad aprire questo spazio virtuale (post-icipo l’autoanalisi di quale settimana, ma credo che prima o poi verrà resa pubblica), il mio tentativo, o la mia strategia di marketing, consiste nel dare una sorta di brand identity al mio blog.

Perchè? Desidero che i consumatore (lettore) si fidelizzi, che consideri il prodotto gradevole e una volta aperto il pacchetto che la sostanza sia quella per cui ha pagato. Cerco in poche parole di creare una simmetria tra brandi identy(il sito) e brand personality (il fruitore), evitando di contro di poter creare dei processi di dissonanza tra chi desidera leggere e quello che nei contenuti è scritto.

Con questo discorso iniziale, volevo introdurre che, a mio parere, in questa societa, come credo anche in quelle passate, ci sia la necessità di possedere un’identità ben delineata, precisa, chiara, definita oppure non vaga, non fluida, non vaporosa.

Se rifletto su quale carattersitica sia importante avere per conquistare una ragazza, la risposta che mi do è questa: non importa avere qualche cosa in particolare, basta avere qualcosa chiara e lampante.

Mi spiego: non imporata essere un fighetto vestito tutto firmato, oppure un ragazzo trasandato, l’importante è essere una persona con un’identità immediatamente percepibile dall’interlocutore. Pena: il fallimento.

Nel caso in cui tu sia un libero essere, non identificabile in nessuno schieramento, il richio consiste nel perdere appeal verso gli altri.

Cosa comporta questo? La conclusione che traspare è che l’identità è trattata al pari degli oggetti. Ci vestiamo di significati. Non è detto che le scarpe nike siano necessariamente meglio di quelle che si comprano al mercato, ma le indosso comunque per comunicare, perchè so cosa comunico agli altri se le indosso. Quindi, esprimo vestendomi un mio bisogno di riflettere significati.

I rapporti umani, se vissuti su una logica identitaria simile a quella sopra presentata, assolvono al medesimo bisogno: comunicare significati.

L’esempio sopra illustrato è una semplificazione, ma credo sia emblematico e comunichi quanto questa ricerca di identità sia svilente.

Inoltre… chi cerca è sempre una persona che non possiede o che comunque crede di non possedere. Nel caso identitario abbiamo una massa di individui anomici in ricerca di significato, senza sicurezza e senza desideri, se non il desiderio di comunicare.

P.S. a quanto pare, data la mia incorenza di pensiero (critico una logica e poi me ne servo), non posso sostenere di elevarmi dai meccanismi che non ammiro.

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3 Risposte to “Il paradosso dell’identità”

  1. Artemisia65 Says:

    prova a fregartene
    sai perchè?
    perchè chia ha ragione, puoi scrivere ciò che vuoi, taggarti come vuoi, essere spigliato, intelligente, arguto, forbito quanto vuoi
    il mondo blog è fatto di scambi, se tu vai da loro, loro verranno da te, se non vai da loro loro non ti cagheranno +
    chia dice che è una mafia
    non ha tutti i torti
    quindi fai come me..e come lei
    fregatene
    scrivi solo ciò che t’interessa scrivere

  2. piccochiu Says:

    Sono completamente d’accordo con te riguardo la blogsfera e prima o poi arriverà un post su ragionamenti a riguardo.
    Sono di qualche mese fa e quindi deve aspettare che mi tornino in mente.
    Comunque io già scrivo ciò che voglio scrivere, dato che ho aperto un blog per alcune ragioni e ogni post risponde a quelle ragioni; non sono triste e non sono abbattuto, perchè sono sempre stato molto critico riguardo la rete e non ho, quindi, mai avuto alcuna attesa particolare.
    Con questo post volevo dire che costruisco pensieri in linea alle critiche che pongo alla società. la mia autocritica era rivolta alla mia incoerenza.
    In merito al ragionamento che mi ponevi, solo accennando: ci sono dinamiche tra i blogger molto malate… ciò che si pensa di essere, come persone, è completamente affidato al giudizio degli altri, una sorta di rispecchiamento. In psicologia lo chiamano “looking glass self”, costruisci la tua identità sui feedback che ti rimandano le persone. Processo normale se limitato a una parte di te, ma patologico se totalizzante.
    Curioso come (mi valuto così) una persona come me, che ha un’autovalutazione legata principalmente ai propri giudizi non sia immune da tali meccanismi.
    Mi sto dilungando….e non sto chiudendo il pensiero…
    Arriverà un post in rispota al tuo commento!
    Ciao Artemisia e grazie per l’interesse

  3. pibond Says:

    Più volte mi chiedo se non ci fosse internet, scriverei un libro per il cassetto obbligando parenti e amici a tenersi – per un futuro che auspico molto, molto lonteno – un manoscritto in memoria del … povero Piero?
    Se scrivo un blog, anche se ritengo di non dire cose molto originali (blogghista di mestiere è assurdo), vuol dire che ho più chances di essere visibile per agganciare una persona con la quale comunicare, al di fuori di ogni scambio materiale, godendo così di un rapporto informale assoluto.
    Tuttavia, a differenza del libro nel cassetto, con il blog desidero attirare l’interesse di altri sulla mia persona e non su ciò che scrivo. Alla gente poco ineressano i giudizi, interessa valutarti per quello che dici. Se scrivi qualcosa e qualcuno ti commenta vuol dire che va bene, chiunque ti scriva.
    Io amministro un “sito-libro nel cassetto”. Da un anno ho anche il blog.
    Ora che ho scelto un certo numero di blogghisti, tra i quali sei tu, le visite al mio sito sono di molto aumentate.
    Ma non do importanza al numero di visite. A me interessano le persone con le quali condividere idee e discuterle.
    La cosa principale che apprezzo nelle persone è la loro personalità e cioè il modo come queste mi si presentano.
    Io dico che sono come mi vedi attraverso quanto scrivo, tu fatti vedere come sei e come ti esprimi! Poi che si litighi o si vada d’accordo, al di sopra di tutto ci sarà solo stima ed amicizia.
    Meglio un solo amico che mille millantatori.
    Guarda alla qualità e non alla quantità.
    ———-
    In questo post, proponi l’argomento dei blog e, al riguardo desidero manifestare ciò che penso del tuo, e, ovviamente spero farai così anche sul mio.
    ———-
    C’è un qualcosa che non quadra nel nome che hai scelto per te stesso “Piccochiu” e la denominazione del Blog. “Il venditore dei dubbi” fa pensare al cagadubbi, colui che, con le sue osservazioni, fermerebbe il treno in aperta campagna. Piccochiu (con o senza accento) è incomprensibile .
    …………
    Ormai ti conosco e non c’è problema. Se ti è venuto o ti viene qualche dubbio sull’opportunità di cambiare, crea un altro blog, subito, tenendo questo per qualche foto o filmato da cagadubbi.
    Questo per mantenere la già ottima visibilità che hai raggiunto su google!

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